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Guida principianti acquariofili - Terza parte

 

Guida principianti acquariofili

di: Andrea Perotti




Andrea Perotti - Autore di questa terza parte della guida e di tutte le immagini in essa contenute


INTRODUZIONE

Questa guida vuole essere d'aiuto a tutti coloro che intendono intraprendere l'hobby dell'acquariofila, in particolar modo l'acquario dolce tropicale, tuttavia si rivolge anche a chi acquariofilo lo è già, ma ancora non ritiene di aver acquisito sufficiente dimestichezza con i fondamentali di questa pratica, sentendo quindi la necessità di maggiore chiarezza.

Partire con il piede giusto è importantissimo per cui si spera che questa guida vi aiuti a non commettere i classici errori da neofita che potrebbero scoraggiarvi, ma che inevitabilmente sono comunque parte di questo mondo e che in qualche modo ci aiutano a crescere ed imparare.

In data 25 Aprile 2012 gli amici Mauro Antoniazzi e Paolo Ranzato vi avevano presentato la prima parte della guida, dedicata alla descrizione delle varie parti che compongono l'acquario, potete accedervi cliccando "qui", in data 10 Novembre 2012 gli stessi Mauro e Paolo vi avevamo presentato la seconda parte della guida, totalmente dedicata ad allestimento ed avvio dell'acquario, dal posizionamento della vasca fino all'inserimento dei primi pesci, potete accedervi cliccando "qui", ora siamo invece a presentarvi la terza e conclusiva parte della guida, realizzata dal sottoscritto: Andrea Perotti.

Buona lettura...

 

Parte III: GESTIONE DELL’ACQUARIO

 

Fotogallery Guida principianti acquariofili - Terza parte

 



L’acquario è avviato e popolato, in quest'ultima parte della guida ci occuperemo ora di gestione, per il mantenimento di un corretto ecosistema, così che flora e fauna possano godere nel tempo di buona salute, permettendovi di ricevere da quest'hobby piena soddisfazione.



TEST

La prima cosa da fare è la corretta gestione dei valori dell’acqua; finora abbiamo riempito la vasca e regolato, se necessario, i valori pH, GH e KH in base alle esigenze dei pesci che sono stati inseriti, nel prosieguo l’obiettivo primario è fare in modo che questi valori restino il più possibile stabili, occorre dunque monitorare ad intervalli regolari la qualità dell'acqua eseguendo dei controlli mediante appositi test, preferibilmente a reagente liquido, ricordando ad esempio che variazioni di pH anche di un solo punto decimale significano ritrovarsi un'acqua 10 volte piu acida o 10 volte più alcalina, cambiamenti che quindi potrebbero comportare problemi anche molto seri per la fauna presente in vasca, soprattutto se tali variazioni dovessero avvenire repentinamente.


Oltre ai valori appena citati il monitoraggio della qualità dell’acqua deve necessariamente prevedere anche altre tipologie di test, mi riferisco principalmente al controllo periodico della concentrazione di due importantissimi ioni, i nitrati (NO3) ed i fosfati (PO4), mentre la concentrazione dei nitriti (NO2), tanto importante nella fase iniziale di maturazione di un nuovo acquario, col tempo diviene un test non più strettamente necessario, soprattutto se il filtro svolge bene le sue funzioni, ovvero se il carico organico di sua gestione non è eccessivo (se il carico organico è eccessivo per il filtro significa o che il filtro è sottodimensionato, o che ci sono troppi pesci, o che questi ultimi vengono alimentati eccessivamente).


Anche nitrati e fosfati dunque, pur se meno pericolosi dei nitriti, rappresentano un importante metro di valutazione della qualità dell’acqua, in particolare i nitrati è bene che non superino i 50 mg/l (o 50 ppm, ove "ppm" = parti per milione), mentre i fosfati andrebbero mantenuti rispetto ai nitrati in un rapporto di forza compreso tra 1:10 ed 1:15, ovvero ad esempio nel caso di nitrati a 30 mg/l, i fosfati sarebbe ottimale mantenerli all'incirca tra 2 e 3 mg/l; se le concentrazioni di nitrati e fosfati crescono eccessivamente diviene indispensabile effettuare un cambio d'acqua parziale al fine appunto di ridurne la presenza. Esistono in commercio anche apposite resine antinitrato ed antifosfato, da inserire nel filtro dell'acquario, prodotti in grado addirittura di azzerarne totalmente e rapidamente la concentrazione, tuttavia va tenuto presente che avere NO3 e PO4 nulli, o comunque prossimi allo zero, non è una condizione auspicabile in presenza di piante acquatiche, in quanto dall'NO3 le piante ricavano l'Azoto (N) e dal PO4 ricavano il Fosforo (P), ovvero due dei principali macroelementi fondamentali per la crescita della flora acquatica, in assenza dei quali le piante rallentano notevolmente il proprio metabolismo riducendo il consumo di nutrienti e portando quindi l'acquario a presentare tutta una serie di condizioni che risultano ideali per la proliferazione delle tanto indesiderate ed antiestetiche alghe, ma di questo parleremo più dettagliatamente nel prosieguo della guida, nella parte dedicata appunto alla "Fertilizzazione".


CAMBI PARZIALI

Al di là dell'esigenza di tenere a bada NO3 e PO4, si consiglia comunque a prescindere di effettuare periodicamente cambi d'acqua parziali, preferibilmente con cadenza settimanale, ed in misura che va dal 10 al 30% dei litri effettivi (netti) contenuti dalla vasca; ciò permette di dare una certa stabilità a tutti i valori dell'acqua, eliminando eccessi/squilibri ed eventualmente reintegrando carenze.
La quantità percentuale ottimale del cambio parziale dipende dalla tipologia di allestimento, e quindi dalla differente tendenza a derivare dei valori principali indicatori della qualità dell'acqua. Se abbiamo ad esempio una vasca con molti pesci e zero piante, nitrati e fosfati tenderanno ad aumentare inesorabilmente ed anche con una certa rapidità, si renderà quindi necessario cambiare una percentuale d'acqua maggiore e/o più frequentemente, in caso invece di acquario con molte piante e pochissimi pesci si avrà tendenzialmente la situazione opposta e la percentuale dei cambi parziali periodici potrà teoricamente* diminuire (* in caso di acquario molto piantumato entrerà in gioco nella gestione dei cambi parziali periodici anche la tipologia di fertilizzazione adottata, vedi "Fertilizzazione"), molto inoltre dipenderà dal filtro, sia in termini di volume e tipologia di massa filtrante, sia in termini di portata, sia in termini di corretta circolazione impressa all'acqua.
Comunque sia è consigliabile non superare la soglia del 30% a cambio, onde evitare stress eccessivi a fauna e microfauna presente in acquario; se cambiare il 30% a settimana non dovesse rivelarsi sufficiente è consigliabile piuttosto aumentare il numero dei cambi e non la quantità del singolo cambio, per cui si effettueranno cambi piu ravvicinati, ad esempio ogni quattro o cinque giorni, in ragione sempre dei risultati che ci danno i test che effettueremo prima del cambio e qualche ora dopo; sarebbe poi comunque il caso di interrogarsi sulle motivazioni generanti la necessità di dover per forza cambiare così tanta acqua e così frequentemente ... evidentemente c'è qualcosa di migliorabile nell'impostazione e/o nella gestione dell'acquario.

Una volta stabilito il corretto regime di cambi parziali da adotare per il nostro acquario occupiamoci ora di come preparare l'acqua da utilizzare per i cambi, questa infatti deve avere gli stessi valori dell’acqua che vogliamo avere nell’acquario così da mantenerli piu stabili possibili.
La preparazione dell’acqua ha 3 possibilità, 2 di queste necessitano di conoscere i valori dell’acqua di rete, quindi è necessario periodicamente eseguire i test anche di questa dato che nel tempo possono variare.

Vediamo le 3 diverse possibilità:

- La prima, quella piu semplice, se siamo fortunati o se la scelta non è un caso e l’acqua di rete ha gli stessi valori chimico fisici di quella di cui abbiamo bisogno, basterà raccogliere l’acqua in un contenitore (tanica, secchio, serbatoio, ecc.) che va utilizzato solo ed esclusivamente per preparare acqua nuova, e lasciar riposare questa almeno 24 ore (con contenitore aperto), dopo di che si provvederà a riscaldarla fino a raggiungere la medesima temperatura di quella del nostro acquario e quindi utilizzarla, se si ha la possibilità è consigliato l’uso di una pompa o di un aeratore per tenere l’acqua in movimento. Se necessario, in caso di acqua molto ricca di metalli e/o cloro/clorammine si consiglia l’uso di un biocondizionatore.

- La seconda è quella in cui i valori vanno corretti, per cui si devono conoscere i valori di partenza dell’acqua di rete, e a seconda che questa sia troppo dura o troppo tenera dobbiamo procedere con la correzione. Se troppo dura dovremo miscelarla con acqua proveniente da un impianto di osmosi (detta acqua r.o. = reverse osmosis) nella misura che occorrerà ad ottenere KH e GH voluti, se invece è troppo tenera si procederà ad aggiungere specifici sali induritori per aumentare appunto la durezza fino ai valori desiderati. In questo caso una pompa di movimento o un aeratore sono necessari per mescolare bene il tutto e per far sciogliere correttamente i sali, la stabulazione dev’essere come nel primo caso di almeno 24 ore, si procede poi a riscaldare l'acqua prima dell’utilizzo.

- La terza opzione è quella in cui non si utilizza acqua di rete così come esce dal rubinetto, bensì si utilizza solo 100% acqua di osmosi alla quale poi vanno aggiunti gli appositi sali induritori, in questo terzo caso non occorrerà più effettuare la stabulazione, basterà solo il tempo necessario ad ottenere la corretta miscelazione dei sali aggiunti, aiutandosi sempre con una pompa o con un aeratore.


SIFONATURA

Come accennato pocanzi un elemento da non sottovalutare in acquario è la circolazione dell'acqua, la quale dipende non solo dal modello di filtro e dal suo posizionamento, ma anche dalla disposizione di fondale, piante ed arredi. Una circolazione corretta dovrebbe permettere al filtro di intercettare la più alta percentuale possibile dei detriti (organici ed inorganici) che inevitabilmente si vengono a formare in qualsiasi acquario. Il flusso d'acqua tenderà dunque a portare i detriti alla bocchetta di aspirazione del filtro, tuttavia lungo il loro percorso una percentuale variabile di tali detriti finirà inevitabilmente per precipitare sul fondo, o a causa di ostacoli fisici (piante, legni, rocce, granulometria eccessiva del fondale, non linearità del fondale) o per la presenza di "zone morte" con circolazione pressochè nulla (filtro sottodimensionato o filtro con "in" e "out" non posizionati al meglio), sedimentandosi e accumulandosi nel tempo fino a comportare problemi vari, quali appunto peggioramento della qualità dell'acqua, comparsa delle condizioni ideali per un'esplosione algale, e in alcuni casi anche un pericoloso inquinamento del fondale con rischio di moria di quei tipi di pesci che stabilmente vi stazionano (ad esempio Callictidi e Loricaridi); inoltre quando iniziano a risultare ben visibili ad occhio nudo questi depositi sono anche decisamente antiestetici, e difficilmente li si tollera.
Oltre eventualmente a rivedere le nostre scelte in merito al filtro e/o alla disposizione del layout, la periodica sifonatura del fondale diviene in questi casi l'unica "arma" a nostra disposizione. Sifonare il fondo significa rimuovere dell'acqua dall'acquario aspirandola da vicinissimo al fondale, esistono appositi sifoni a campana, a corrente elettrica, a batterie, ma ricordo che per sifonare è sufficiente anche un semplice tubo in gomma, tipo la canna dell'acqua per innaffiare l'orto per intenderci.

Qualunque sistema decidiate di adottare ricordatevi che la sifonatura non dev'essere troppo traumatica per il fondale, non dovete entrare nel ghiaietto col sifone, dovete semplicemente sfiorarlo, passandoci ad uno o a due cm di distanza, e vedrete quanta "porcheria" salterà fuori. L'ideale sarebbe far coincidere la sifonatura con il cambio parziale, aspirando quindi con il sifone l'acqua da rimuovere per il cambio. In caso usiate un tubo di gomma è consigliabile schermarne l'ingresso con un pezzetto di rete o con della lanetta (tipo quella che si mette nei filtri), tenendola bloccata in posizione con un elastico, in tal modo non si corre il rischio di aspirare involontariamente anche fauna di piccola taglia, ad esempio gasteropodi, avannotti, crostacei, etc... i quali comunque nel caso vengano aspirati li si potrebbe poi recuperare con un guadino dal secchio che avete posizionato a valle del tubo/sifone, però diciamo che evitargli un simile tauma sarebbe decisamente meglio.


PULIZIA FILTRO

L'importanza del filtro, nonchè la descrizione delle principali tipologie di filtrazione esistenti, sono argomenti già esaustivamente trattati nella prima parte della guida, quel che ora è importante comprendere è che tutti i filtri, indipendentemente dalla loro efficacia e dalla loro strutturazione, prima o poi necessitano di un minimo di manutenzione, ma che trattandosi di un accessorio di un'importanza enorme per l'ecosistema presente in acquario tali manutenzioni vanno fatte con cognizione di causa, con la massima delicatezza e solo quando strettamente necessario, perchè il rischio di ripercussioni negative su tutto quanto contenuto nell'acquario è elevato, non c'è quindi spazio per l'improvvisazione.

Nei primi due / tre mesi dall'avvio è bene non metter mai mano ai materiali filtranti, ne è in corso la colonizzazione da parte dei batteri, il filtro non è ancora al suo massimo potenziale, il rischio che un intervento sui materiali filtranti possa in questa fase ripercuotersi molto negativamente sull'ecosistema presente in acquario è quindi decisamente elevato. Superata questa fase è bene iniziare a controllare ad intervalli regolari lo stato di intasamento dei primi materiali filtranti incontrati dall'acqua durante il percorso di attraversamento del filtro, ogni modello di filtro è fatto a suo modo tuttavia in genere il primo materiale attraversato dall'acqua è lana di perlon o similare, oppure una spugna a maglia grossa. Quando questo primo materiale filtrante si intasa eccessivamente è il caso di intervenire, altrimenti la portata in uscita del filtro inizierà sensibilmente a diminuire, con conseguente peggioramento della circolazione in vasca. Oltre che dall'evidente calo di flusso ci possiamo accorgere della necessità di intervenire anche appunto controllando a vista (ove possibile) il primo materiale filtrante, che se troppo intasato tenderà ad assumere colorazione marrone. Per rimuovere e pulire il materiale di prima filtrazione consiglio di procedere come di seguito specificato:

- rimuovere un po' d'acqua dall'acquario, bastano pochi litri, mantendola in un recipiente
- spegnere il filtro e aprirlo seguendo le indicazioni del produttore (le procedure di intervento cambiano da modello a modello)
- rimuovere il materiale filtrante da pulire spostandolo rapidamente in un contenitore, senza strizzarlo durante lo spostamento altrimenti ricadrà acqua lurida in vasca, l'ideale è quindi tenere vicino il contenitore con una mano e rimuovere il materiale di prima filtrazione con l'altra, spostandolo immediatamente sul contenitore evitandone così anche lo sgocciolamento in vasca, ovviamente in caso di filtri esterni le problematiche sono decisamente inferiori
- portarsi su un lavandino e sciacquare il materiale di prima filtrazione utilizzando per tale scopo l'acqua che avete poco prima levato dall'acquario (per questo motivo solitamente è buona norma fare questa operazione in coincidenza con un cambio d'acqua parziale), strizzate anche un paio di volte il materiale di prima filtrazione, vedrete quanto lerciume ne uscirà, ma non esagerate comunque, non dev'esse un reset completo, giusto una pulitina
- riposizionare il materiale di prima filtrazione nel suo alloggio nel filtro
- riaccendere il filtro

Attenzione perchè al momento della riaccensione il filtro potrebbe per alcuni secondi buttar fuori acqua sporchissima, quasi fango, è quindi buona norma raccogliere in un contenitore l'acqua in uscita dei primi secondi, così da poterla buttare senza che l'acquario la debba ricevere e subire, basta posizionare un contenitore con l'apertura proprio davanti alla mandata del filtro, possibilmente infilandoci direttamenre dentro il terminale della mandata.
Al riavvio potrebbe anche accadere che il filtro giri a vuoto, o che butti fuori aria, in questo caso è sufficiente prendere dell'acqua con una siringa (senza ago) e spararla dentro alla mandata del filtro in direzione opposta, con forza, ripetendo eventualmente l'operazione più volte finchè finalmente il filtro non si metterà a funzionare correttamente. Molti filtri esterni di moderna concezione sono comunque dotati di un apposita leva, o tasto, da azionare manualmente per eliminare l'aria presente all'interno sostituedola con acqua.

Per i materiali di filtrazione successiva occorre intervenire ancora meno frequentemente, anzi se possibile mai, in quanto più si avanza nei vari stadi di filtrazione e più marcata ne sarà la colonizzazione batterica, difatti in genere i primi stadi compiono prevalentemente filtrazione meccanica (lana e spugne) e quelli successivi prevalentemente biologica (cilindretti ceramici o in vetro sinterizzato), quindi maggiori saranno i rischi annessi ad un nostro intervento. Se dopo la lana di perlon ci sono più spugne possiamo di tanto in tanto pulire la prima di esse, seguendo sempre il sistema appena spiegato per la pulizia del materiale di prima filtrazione.
All'ultimo stadio in genere troviamo quindi poi i cilindretti, realizzati in modo da offrire una enorme superificie colonizzabile dai batteri, questi è bene non toccarli mai, o comuque solo in caso di un loro notevole intasamento, possono infatti alla lunga formarsi dei fanghi, che se eccessivi soffocano i batteri aerobi facendo perdere non solo portata ma anche efficacia dal punto di vista della filtrazione sia biologica sia meccanica. Si può dargli una bella pulita in occasione ad esempio di un riallestimento totale della vasca, tenendo però conto che poi il filtro dovrà nuovamente compiere quasi per intero il processo di maturazione.

In caso di piccoli filtri contenenti un solo materiale filtrante, in genere una spugna, tale materiale filtrante va gestito similarmente a come si gestisce il materiale di prima filtrazione di un filtro a più stadi, cercando però di diradare il più possibile gli interventi di risciacquo, i quali andranno sempre tassativamente realizzati utilizzando acqua dell'acquario, e in modo soft, così da preservare comunque una parte dei batteri presenti, evitate inoltre sempre di lasciare a secco il materiale filtrante durante i vostri spostamenti, o la moria dei batteri sarà decisamente più rapida e marcata.

Oltre ai materiali filtranti occorre infine verificare di tanto in tanto lo stato di intasamento della girante della pompa, nel cui alloggio col tempo possono accumularsi alghe e sporcizia varia, fino anche a bloccarne il funzionamento. In genere i filtri danno agevolmente la possibilità di fare questo genere di controlli, o mediante un vano d'ispezione dedicato, o lasciando la possibilità di separare facilmente la parte motore dalla parte contenente i materiali filtranti, separazione dopo la quale la girante del filtro resta a vista. Seguite comunque sempre scrupolosamente le istruzioni di manutenzione rilasciate dal costruttore, staccate sempre il filtro dalla rete di alimentazione prima di metterci mano, e in caso di dubbi contattate prima il negoziante che vi ha venduto il filtro, o direttamente il costruttore. Segni evidenti della necessità di un intervento di pulizia sulla girante sono in genere il sensibile calo di portata nonostante i materiali filtranti appaiano ben puliti, calo di portata in concomitanza ad aumento di rumorosità e di vibrazione del filtro, gran difficoltà a riavviare il filtro dopo averlo spento anche per soli pochi secondi. La pulizia della girante, e del suo alloggio, può essere tanquillamente fatta sotto acqua corrente tiepida, aiutandosi eventualmente con un piccolo spazzolino dedicato.


PULIZIA VETRI

La pulizia dei vetri sembra una banalità, ma non è così, è un'operazione da svolgere attentamente in quanto statisticamente è quella che più spesso contribuisce a danneggiare l'acquario. Nel primo mese di vita di un allestimento è preferibile non pulire mai le pareti interne della vasca, in quanto quella patina che si nota è principalmente composta in questa fase iniziale da batteri e da alghe transitorie, quindi è meglio non toccar nulla e lasciar maturare la vasca in Santa pace. Per le pareti esterne si può usare un panno morbido lievemente inumidito, è preferibile non utilizzare solventi, sopattutto con vasche aperte. Nel prosieguo si può iniziare quando necessario a dare una pulita anche alle pareti interne, è preferibile farlo immediatamente prima di un cambio d'acqua parziale, così che parte dei detriti mandati in sospensione a seguito dell'intervento di pulizia vengano subito eliminati con il cambio parziale. Per la pulizia dei vetri interni esistono in commercio vari accessori, dalle spugnette lievemente abrasive alle spazzole a calamita, dalle palette con manico lungo (per non bagnarsi le mani) ai raschietti con lamette intercambiabili, ma si può usare anche della semplice lana di perlon, come quella presente nella maggior parte dei filtri per acquario. Il sistema più diffuso è comunque nettamente quello della coppia di spazzole a calamita, in quanto permette di pulire contemporaneamente superficie esterna e superficie interna delle vetrate dell'acquario senza bagnarsi le mani. Qualunque sistema decidiate di adottare l'importante è assicurarsi che non vi siano granelli di sabbia, gusci di chiocciola o quant'altro di rigido tra vetro e superficie pulente, altrimenti sfregando il vetro si potrebbe graffiare. Spesso capita che lo strumento di pulizia cada sul fondo dell'acquario, e che appena lo si recupera ci si rimetta immediatamente ad utilizzarlo senza prima accertarsi che la superficie di contatto con il vetro non abbia raccolto sedimenti dal fondale, questo è l'errore più comune, a causa del quale vengono graffiati tantissimi acquari, spesso con segni tanto evidenti ed antiestetici da indurre l'acquariofilo alla decisione di cambiare l'acquario, o a quella più drastica di chiudere con l'acquariofilia. In caso di spazzole a calamita consiglio quindi di scegliere un modello con spazzole galleggianti, in modo che se durante le operazioni di pulizia la spazzola interna si dovesse staccare non precipiterà sul fondo, bensì resterà in superficie, risultando quindi più facilmente recuperabile e immune dai rischi di insediamento di sabbia sul tessuto pulente.
Comunque non siate maniacali nella pulizia dei vetri ed in generale dell'acquario, mettere mano troppo frequentemente in vasca non è mai un bene, e soprattutto se i vetri del vostro acquario continuano pesantemente a sporcarsi interrogatevi sulle possibili motivazioni, evidentemente c'è qualcosa che non va nel vostro metodo di gestione, e se non eliminate la causa a monte il problema ve lo porterete sempre dietro.

Nel caso dobbiate svuotare completamente l'acquario in vista di un nuovo progetto, o di una vendita, e vi ritroviate davanti ad incrostazioni particolarmente dure e difficili da rimuovere, ad esempio nelle parti basse delle vetrate, laddove prima c'era il fondale e quindi risultava impossibile pulire, potete a vasca vuota utilizzare dell'aceto di mele che è un ottimo disincrostante naturale, poi ovviamente dovrete sciacquare e risciacquare per bene il tutto con acqua tiepida. Non usate mai solventi o sgrassanti industriali per questo genere di operazioni, il rischio che restino tracce a discapito del successivo allestimento è elevato.


FERTILIZZAZIONE

Per fertilizzazione in acquario si intende la somministrazione di nutrienti utili alle piante, può essere sostanzialmente di due tipi:

- fertilizzazione del fondo
- fertilizzazione dell'acqua

La fertilizzazione del fondo serve a fornire alle piante nutrienti assimilabili per via radicale e viene in genere realizzata già durante l'allestimento dell'acquario, o scegliendo appositi fondi "attivi" (già fertilizzati) o inserendo apposite compresse di fertilizzante in fondi inerti, così da renderli "attivi". I criteri per selezionare i vari tipi di fondo, la loro preparazione e la loro disposizione in vasca sono tutti argomenti già trattati nella prima parte della guida. Ogni fondo attivo ha comunque una durata, ovviamente variabile a seconda di quanto e di come esso venga sfruttato, ma in qualsiasi caso in presenza di piante radicanti i nutrienti del fondo prima o poi inevitabilmente tenderanno ad esaurirsi, o per lo meno a non bastare più a far fronte alla richiesta, saranno le piante stesse a farcelo capire, soprattutto quelle cosiddette "a rosetta" (Cryptocoryne spp. ed Echinodorus spp. le più comuni), rallentando sensibilmnente crescita e moltiplicazione fino a mostrare a livello fogliare, e nei casi più gravi anche a livello di struttura portante, evidenti segni di carenze nutrizionali (scolorimento, ulcerazione, marcescenza, distacco ...). In questi casi o si rifà il fondo (e quindi tutto l'allestimento) o lo si rinvigorisce inserendovi in modo mirato apposite compresse di fertilizzante. La seconda soluzione è sicuramente la più semplice, ha un impatto economico esiguo e permette di mantenere l'allestimento in corso, ...per posologia, inserimento e durata delle compresse di fertilizzante si rimanda alle istruzioni inserite dai produttori nelle confezioni dei vari prodotti presenti in commercio. La soluzione del rifacimento del fondo è invece più "ostica" in quanto comporta il rifacimento dell'intero allestimento, tuttavia con le dovute conoscenze, e preparandosi bene per tempo tutto il necessario, la cosa è fattibilissima; in questo articolo del nostro ex-staffer "Maschiro" trovate una interessante guida illustrata al rifacimento del fondo in un acquario piantumato.

La fertilizzazione dell'acqua, detta anche fertilizzazione in colonna, fornisce alle piante nutrienti in una forma da loro assimilabile per via fogliare, avviene mediante la somministrazione in acqua di appositi fertilizzanti liquidi (o più raramente in compresse a lento rilascio) che vanno utilizzati con molta attenzione in quanto potenzialmente dannosi per la fauna e per l'intero ecosistema se somministrati in dosi eccessive.
Esistono tantissimi differenti tipi di fertilizzanti per la colonna, sono molte le Aziende del settore ad avere una propria linea di fertilizzazione, alcune Aziende ne hanno anche più d'una, ci sono fertilizzanti da somministrare quotidianamente, altri settimanalmente, ci sono linee con nutrienti separati ed altre linee che accorpano i nutrienti in magari due soli prodotti, o addirittura in uno solo, etc.. etc... insomma ce n'è per tutti i gusti, capisco dunque che un principiante intento ad allestire il primo acquario piantumato della sua vita possa provare un certo disorientamento dinanzi a tutte queste possibili opzioni .... ma non disperate, la questione è molto più semplice di quanto sembri... lasciate però che vi spieghi alcuni concetti base di fondamentale importanza...


a.) Richiesta vs Offerta: le posologie indicate dai produttori di fertilizzanti sono indicazioni di massima, si riferiscono ad un ipotetico acquario mediamente piantumato, mediamente illuminato e mediamente gestito, ma la realtà del vostro acquario potrebbe differire anche di molto da questo "mediamente" di libera interpretazione, è quindi necessario inanzitutto capire quanto "cibo" richiedono le vostre piante, con che rapidità lo consumano, e regolarsi di conseguenza. Ad esempio leggendo il bugiardino di un fertilizzante che ho attualmente in casa vedo scritto "Somministrazione: 10 ml ogni 40 litri netti una volta alla settimana", ed io ho proprio un acquario da 40 litri .... quindi secondo il produttore del fertilizzante dovrò dosare 10 ml alla settimana e tutto andrà bene .... mah, non è detto, se io ho poche piante e poca luce, e/o piante a crescita lenta, quei 10 ml settimanali potrebbero risultare eccessivi portando col tempo alla comparsa di vari problemi, ad esempio inquinamento dell'acqua e proliferazioni algali, se invece ho tantissime piante, molta luce, e/o piante con tasso di crescita elevato, quei 10 ml potrebbero rivelarsi assolutamente insufficienti. Quindi premesso che all'inizio è giusto per chi ha poche esperienze partire rispettando i dosaggi indicati dai produttori, nel prosieguo occorrerà calibrare la posologia in base a ciò che vedremo accadere nel nostro acquario, si dovrà quindi monitorare la situazione testando i valori nei giorni successivi la somministrazione di fertilizzante, in modo da capire quanti nutrienti sono ancora presenti e in che concentrazione, oppure imparare ad osservare le piante, cogliendone i segnali ed agendo di conseguenza. Quel che è certo è che mantenendo sempre la stessa posologia si creerà nel tempo una condizione di equilibrio, ovvero le piante in termini di massa vegetale totale, stato di salute e tasso di crescita si assesteranno su di un livello congruo in linea con la quantità e la qualità di nutrienti somministrati, il problema è che questo punto di assestamento, di equilibrio, potrebbe differire e di molto da ciò che invece voi vi eravate prefissati come obiettivo da raggiungere, qindi a quel punto starà a voi modificare il tiro per portare le piante a soddisfare pienamente le vostre aspettative .... altrimenti l'alternativa sarà accettare di essere "mediamente" soddisfatti del vostro acquario "mediamente" piantumato e "mediamente" fertilizzato.

b.) Macronutrienti, micronutrienti e Legge del minimo di Liebig: i nutrienti di cui le piante necessitano per potersi sviluppare correttamente vengono in genere suddivisi in 2 gruppi

- Macronutrienti
- Micronutrienti

Questo lo dico perchè spesso vi troverete davanti a questi due termini, soventemente abbreviati in "Macro" e "Micro" sui social e sui forum da parte degli appassionati, così come spesso anche sulle confezioni dei fertilizzanti per acquario.
Si parla dunque sempre in entrambi i casi di nutrienti, ma allora perchè alcuni sono "Macro" ed altri "Micro"?
La risposta è semplice: la differenziazione scatta in base alla concentrazione con cui ogni elemento viene riscontrato esaminando i tessuti di una pianta dopo averla fatta perfettamente seccare.
Utilizzando come misura della loro compartecipazione alla materia totale il "ppm" (p.p.m. = parti per milione = milionesimi del totale), vengono definiti nutrienti macro quelli presenti (nel secco) in quantità pari o superiori a 1000 ppm (1000 ppm = 0,1 %), mentre vengono definiti nutrienti micro quelli presenti (sempre nel secco) in quantità comprese tra 1 e 999,9 ppm (quindi < 0,1 %)
Per quantità inferiori ad 1 ppm si parlerà invece in termini di "tracce".

Va detto a ragion del vero che l'uso di chiamarli "nutrienti" è scorretto, si tratta come detto di "elementi", quindi si dovrebbero usare i termini "macroelementi" e "microelementi", mentre i "nutrienti" sono molecole composte da elementi, micro o macro che essi siano. Ma non siamo in un'aula di università ... quindi non vi è un'impellente necessità di entrare così tanto nel merito. Va bene anche chiamarli macro e micro nutrienti in questo contesto, ma è giusto far presente che nel farlo si commette un grosso errore di fondo. Capirete poi comunque meglio la differenza tra "elemento" e "nutriente".

Di seguito una mia tabella in cui vengono indicati (in linea di massima) in ordine decrescente di concentrazione gli elementi rinvenibili nella sostanza vegetale secca

 

Tabella concentrazione elementi nella sostanza vegetale secca - by: Andrea Perotti



Fermo restando che tutti gli elementi/nutrienti indicati in tabella sono necessari alle piante d'acquario è ovvio che quelli macro risultano maggiormente indispensabili, in quanto in assenza prolungata di un macronutriente la pianta cessa quasi del tutto la crescita, si deforma sensibilmente, non riesce a riprodursi, e nei casi più gravi muore; l'assenza di un micronutriente invece si manifesta comunque con problematiche varie, a livello di morfologia, colorazione, robustezza e velocità di crescita, a secondo dei casi, ma con conseguenze sicuramente meno "drammatiche".

Detto ciò la visione di queste differenti concentrazioni serve anche a suggerirci un'altra importante questione, ovvero che i nutrienti vengono assorbiti in percentuali differenti, quindi consumati in quantità differenti l'uno dagli altri, ma non in modo casuale, nè tantomento in ragione della disponibilità di ogni singolo nutriente, bensì secondo suddivisioni dei nutrienti ben prestabilite ed immutabili nei rapporti di forza tra i vari elementi. Ciò significa che, ad esempio, nel mentre una pianta incamera 10 mg di Idrogeno, essa deve anche necessariamente incamerare un paio di mg di Potassio, un mg di Fosforo, circa 4 mg di Azoto, un terzo di mg di Ferro, etc... in quanto è un menù completo che gli deve entrare dentro, con i vari rapporti di concentrazione ben stabiliti.
Tutto questo si traduce nella necessità della presenza di tutti i nutrienti indicati in tabella, ma nel corretto rapporto di disponibilità tra di loro, quindi in modo bilanciato. Se ciò non avviene succede che il nutriente che per primo non risulterà più disponibile provocherà un sensibile rallentamento (nei casi più gravi un blocco totale) nell'assunzione anche di tutti gli altri nutrienti, seppur essi siano magari in quel momento tutti disponibilissimi.
Questo concetto viene espresso come "Legge del minimo di Liebig", che spesso vi capiterà di sentire nominare nelle discussioni con altri appassionati.

Non si può quindi pensare di poter somministrare i singoli nutrienti con disinvoltura, per poterlo fare occorre una grande esperienza, pena il forte rischio di produrre nel tempo un sensibile accumulo di sostanze nutrienti inutilizzabili per le piante, con conseguente inquinamento dell'acqua e proliferazione algale, in quanto le alghe andranno a nutrirsi proprio di quei nutrienti di troppo causati dall'aver fertilizzato in modo non correttamente bilanciato.
La possibilità di effettiva assunzione dei vari nutrienti è dunque dettata dal nutriente meno disponibile.
E' per questi motivi che per un acquariofilo privo delle necessarie competenze è fortemente consigliato affidarsi a fertilizzanti completi già pronti, creati dalle aziende in modo da apportare i vari nutrienti in modo bilanciato, nel rispetto delle differenti concentrazioni con cui ogni singolo elemento occorre alle piante.

I primi tre elementi della tabella, Carbonio, Ossigeno ed Idrogeno, che da soli rapprentano dal 94 al 98 % del contenuto totale della sostanza vegetale secca, non sono comunque in genere presenti nella fertilizzazione macro, ciò perchè Idrogeno e Ossigeno vengono presi dall'acqua in quanto sempre ampiamente disponibili (basta che ci sia acqua... ahahah), mentre il Carbonio viene preso dal CO2 che normalmente è già anch'esso presente in quanto prodotto dalla respirazione dei pesci e da altri processi naturali in acquario, ed inoltre le piante possono accedere a questo importante elemento grazie ai carbonati disciolti in acqua (eventualità quest'ultima che è comunque meglio non favorire, pena un calo del KH con rischio di instabilità del pH, meglio quindi garantire sempre la necessaria disponibilità della molecola CO2). In merito al Carbonio può tuttavia sussistere la necessità di introdurne dell'altro in caso di acquari con massiccia presenza di piante e/o scarsità di fauna, situazioni quindi in cui il Carbonio estraibile dal CO2 già presente in acqua potrebbe risultare insufficiente per far fronte alla richiesta, spingendo le piante a ricercarlo nei carbonati disciolti, e comunque fino al punto tale che il Carbonio diventi lui stesso l'elemento limitante; in questi casi il Carbonio lo si fornisce erogando CO2 mediante bombola, come spiegherò al successivo punto "c". Solo recentemente è stata introdotta in acquariofilia la possibilità di somministrare Carbonio anche in forma liquida, all'interno di composti organici, le più importanti aziende produttrici di fertilizzanti per plantacquario si stanno quindi dotando anche di fertilizzante liquido a base di Carbonio organico, prodotti che possono sostituire o affiancare l'erogatore di CO2, ma che se usati senza la contemporanea presenza di un impianto CO2 non potranno sostituirne alcuni benefici, come ad esempio la possibilità di regolare e stabilizzare il valore del pH.

c.) Luce e CO2: ora per farvi capire quanto segue, e per dare un senso compiuto a quanto appena illustrato, ho la necessità di tornare un attimo sulla più fondamentale di tutte le questioni riguardanti la nutrizione delle piante, sto parlando della fotosintesi, della quale s'è già parlato nella prima parte della guida.

Volendola spiegare nel modo più semplice possibile la fotosintesi è il processo chimico grazie al quale una pianta riesce a nutrirsi, ovvero ad inglobare nei propri tessuti gli elementi a lei necessari, illustrati nel punto "b".
Questi processi prevedono l'estrazione dei singoli elementi partendo dalle molecole che li contengono, e al tempo stesso l'utilizzo di questi elementi per la composizione di nuove molecole di tipo assimilabile come nutriente, cioè zuccheri, carboidrati.

Sono processi che per potersi realizzare richiedono però energia, un'energia che le piante ottengono dall'irradiazione luminosa. La luce è quindi la vera "benzina" di questo motore chiamato "nutrizione vegetale", senza la cui presenza il motore non potrà mettersi in moto.

Abbiam visto dalla tabella delle concentrazioni degli elementi nella sostanza vegetale secca che la quasi totalità dei tessuti vegetali è composta da Carbonio, Ossigeno ed Idrogeno, ed ho spiegato che per rendere disponibili alle piante questi tre elementi è sufficiente la presenza dell'acqua, ma la realtà è che senza l'energia data dall'irradiazione luminosa la pianta non avrà modo di poterli incamerare, in quanto senza luce la fotosintesi non potrà attivarsi, e questi fondamentali elementi non potranno essere "mixati" in molecole assimilabili. Questo vale per tutti gli elementi/nutrienti.
Le varie molecole di carboidrati si formeranno dunque solo grazie alla realizzazione di tale fondamentale processo chimico, che nella sua forma più basilare è riassumibile in modo estremanente essenziale con la seguente equazione:

CO2 (o altra fonte, ad esempio CaCO3 o H2CO3) + H20 (acqua) + Energia (luce) = Molecola nutriente assimilabile (zuccheri/carboidrati) + O2 (Ossigeno: scarto del processo)

che per maggior precisione si realizza, nel caso di impiego di CO2, nel sequente modo:

6 x CO2 + 6 x H20 + Energia luminosa = 1 x C6H12O6 + 6 x O2

ove C6H12O6 (glucosio) è la molecola nutriente base che la pianta sintetizza, trasformando l'energia luminosa in energia chimica (contenuta all'interno della molecola del glucosio), mentre l'O2 è l'Ossigeno che la pianta rilascia a seguito di tale processo.

Ora non state a "perdervi" nei dettagli di questa formula, il concetto che con essa intendo passarvi è molto più semplice ed intuitivo: maggiore quantità di irradiazione luminosa viene fornita alle piante e maggiore risulta il loro potenziale (in termini di rapidità, quindi richiesta) di consumo dei nutrienti, quindi di crescita.

Essendo quindi sempre illimitatamente disponibile la molecola H2O, sarà la molecola CO2 a dover sempre garantire la propria disponibilità in modo direttamente proporzionale alla quantità di luce fornita. E' questo il motivo per cui in acquari con modesta illuminazione non c'è sempre un reale bisogno di somministrare CO2 mediante un impianto a bombola, soprattutto se si ha l'accortezza di evitare un'eccessiva movimentazione superficiale (che favorisce la dispersione di CO2), nè tantomeno di fornire Carbonio in forma organica mediante fertilizzante liquido, mentre all'aumentare della quantità di luce si arriverà prima o poi all'inevitabile insufficienza del CO2 presente "naturalmente" in acqua, con conseguente necessità di introdurne dell'altro dall'esterno per pareggiare il conto con la richiesta.

La luce è dunque non solo la "benzina" che attiva la fotosintesi, ma è anche il "pedale dell'acceleratore" mediante il quale si può regolarne la potenziale velocità.

Ovvio che se si decide di spingere maggiormente su quel pedale, anche tutto il resto del "pacchetto" dovrà venir adeguato di conseguenza. Quindi all'aumento di luce dovrà corrispondere un aumento della disponibilità di CO2, così come anche di tutti gli altri nutrienti richiamati dalla tabella delle concentrazioni degli elementi nella sostanza vegetale secca.

In un acquario fortemente illuminato le piante potranno quindi potenzialmente crescere più rapidamente, ma ciò potrà realmente avvenire solo a patto che tutte le fonti degli elementi loro indispensabili vengano fornite in quantità adeguatamente maggiori, in quanto le scorte verranno consumate più rapidamente. Se ciò non avverrà, e/o se non si presterà attenzione al corretto bilanciamento dei nutrienti, l'aver aumentato la luce porterà solo ed unicamente problemi, in quanto l'elemento/nutriente meno presente terminerà la propria disponibilità con più rapidità, e da lì in poi saran dolori, nel senso che il forte apporto di luce renderà ancora più appetibili alle alghe gli altri elementi/nutrienti "d'avanzo" generati dal non corretto bilanciamento di quanto immesso in vasca.

Ecco perchè un acquario fortemente illuminato richiede maggiore esperienza e maggiore attenzione. Quindi non cercate di partire subito in quarta ... arrivateci per gradi, se lo vorrete ... ve lo consiglio vivamente.

La luce in fin dei conti va trattata in acquariofilia al pari di un macronutriente, o meglio come il Rè di tutti i nutrienti, in quanto effettivamente li comanda tutti, anche se come abbiam visto è sufficiente che un solo elemento/nutriente sparisca per inficiare il tutto.

Per quanto riguarda scelta, installazione e utilizzo degli impianti di somministrazione di CO2 e degli impianti di illuminazione si rimanda alla prima parte della guida, ove tali argomenti sono già stati ampiamente trattati.

d.) Chelanti e pH: un'altra frase in cui vi capiterà spesso di imbattervi dialogando di piante d'acquario con altri appassionati è la seguente

"attento a non salire troppo col pH altrimenti il chelante diviene inefficace e il Ferro finirà per precipitare"

NIENTE PANICO! La questione è alquanto semplice...

Alcuni dei citati elementi, di cui la pianta necessita per crescere, hanno scarsa capacità di mantenersi in soluzione per lungo tempo in una condizione che ne permetta l'utilizzo da parte delle piante. Sono svariati gli elementi che presentano tale "difetto", ma su tutti il più sensibile a tale problematica è in assoluto il Ferro (Fe), che in acquario risulta molto instabile.
"Non restare più in soluzione" significa per il Ferro andare ad ossidarsi mutando la propria forma da Ferro bivalente (Fe++) a ferro trivalente (Fe+++), portandosi così in una condizione tale da non permettere più alla pianta di poterlo utilizzare (se non con un dispendio energetico notevolmente superiore), e finendo tra l'altro più o meno rapidamente per "precipitare" sul fondo. Gli elementi sensibili a tale problematica andrebbero quindi somministrati molto frequentemente ed in piccoli dosaggi, ad esempio quotidianamente, al fine di ridurre il rischio che ne si realizzi tale mutazione.
Ma chi pratica acquariofilia da tempo sa bene che una fertilizzazione che prevede somministrazioni quotidiane alla lunga stanca, è un impegno non indifferente, che non tutti hanno voglia, ed il tempo, di mantenere. L'impiego di programmi di fertilizzazione con somministrazioni a cadenza settimanale è dunque auspicabile ad una maggior percentuale di appassionati, sicuramente per chi è alle prime armi, ma anche per chi semplicemente non ha molto tempo da dedicare alla cura del proprio acquario, ma ugualmente ci tiene ad averlo sempre in una condizione estetica e funzionale accettabile.

Per tale motivo le aziende produttrici di fertilizzanti hanno dovuto attivarsi al fine di prevenire queste spiacevoli mutazioni degli ioni più instabili, ed in particolar modo del citato Ferro. Il sistema adottato per prolungarne il mantenimento in soluzione è stato il presentarli in forma chelata, ovvero legati ad un agente detto chelante, in grado di aumentarne notevolmente la stabilità.
L'agente chelante utilizzato dalle aziende per molti anni è stato l'EDTA, il quale però risultava effettivamente utile solo in ambienti acidognoli, per l'esattezza in abbinamento al Ferro la sua presenza diveniva "ininfluente" a valori di pH superiori a 6.8, richiedendo come condizione ideale un pH addirittura non superiore a 6.5. Da qui l'esigenza, in caso di impiego di fertilizzanti con EDTA, di evitare valori di pH neutri o addirittura alcalini, in quanto in tali circostante lo ione legato tendeva a precipitare sul fondo, ove successivi processi riuscivano a rompere il legame tra ione e chelante. Il seguente rischio era che, una volta slegato dal Ferro, il chelante libero (se eccessivo) iniziasse a legarsi ad altri elementi, ad esempio Magnesio e Rame, rendendone più difficoltoso l'approvvigionamento da parte delle piante.

Questa era una grossa limitazione, in quanto il dover tassativamente mantenere pH non superiori a 6.8 tagliava fuori dalle possibili scelte tutte quelle specie di piante e di pesci che invece esigono acque alcaline o neutre.

La problematica è stata risolta con l'introduzione di nuovi agenti chelanti, efficaci anche a pH superiori. Ora i più comunemente utilizzati sono il DTPA e l'HEDTA, validi anche nel campo dell'alcalinità, sicuramente sino a pH 7.5, mentre l'EDTA viene ormai impiegato più che altro nei biocondizionatori, al fine di legare alcuni metalli pesanti indesiderati presenti nell'acqua di rete portandoli ad uno stato di minor tossicità per il sistema acquario.
Se si impiegano fertilizzanti settimanali, o comunque con presenza di chelanti, è bene quindi mantenersi a valori di pH non superiori a 7.5, meglio ancora se non superiori a 7.2 (vista anche la scarsa precisione dei test hobbistici...), in tal modo avremo la certezza che i chelanti potranno svolgere appieno la loro funzione, e che le nostre amate piante non saranno private di quegli importanti elementi ad essi abbinati.

Questi chelanti presentano poi un ulteriore vantaggio, ovvero facilitano l'assimilazione degli elementi in ambiente alcalino anche da parte delle piante originarie di biotopi caratterizzati da acque tenere ed acide (pensiamo ad esempio alle tante specie originarie del sudamerica), le quali altrimenti incontrerebbero notevoli difficoltà a nutrirsi una volta coltivate in acque con durezza e pH decisamente maggiori rispetto a quelli presenti nei loro habitat naturali. Un ulteriore motivo quindi per non averne "paura".

e.) Interazione con il fondo: come spiegato nella prima parte della guida un fondo fertilizzato rappresenta una riserva a lungo termine di sostanze nutritive in una forma assimilabile dalle piante attraverso l'apparato radicale. Le piante possono quindi approvigionarsi sia dal fondo sia dall'acqua, assorbendo nutrienti sia dalle radici sia da fusto e foglie (ciò ad esclusione delle specie epifite e dei muschi, che si alimentano solo dall'acqua).
Una pianta per star bene e svilupparsi nel pieno del suo potenziale deve quindi poter disporre di un corretto supporto nutrizionale da entrambe le direzioni. Alcuni elementi tuttavia vengono decisamente meglio assorbiti per via radicale, in particolar modo Ferro, Fosforo ed Azoto; altri per via fogliare, ad esempio il Carbonio. Molte piante sono comunque in grado loro stesse di decidere ove maggiormente approvigionarsi a seconda di dove riescano a reperire con più facilità i nutrienti loro necessari. Per altre questa capacità è meno presente, ad esempio nelle cosiddette piante a rosetta, per le quali l'approvigionamento avviene soprattutto per via radicale.

Tenendo conto di queste problematiche le case produttrici di fertilizzanti per acquario vanno a formare abbinamenti prestabiliti tra fondi attivi e fertilizzanti liquidi in modo da fornire alle piante tutto ciò che gli occorre sia dal fondo sia dall'acqua, mantenendo l'apporto totale in un corretto bilanciamento.
Ciò significa che per ogni linea di fertilizzanti liquidi c'è un fondo dedicato da abbinare, e viceversa. Si forma così una sorta di pacchetto completo, progettato per risultare pienamente efficace solo se impiegato nella sua interezza.

Fondo Dennerle abbinato alla linea di fertilizzazione Dennerle, fondo PRODAC abbinato ai fertilizzanti PRODAC, etc... etc...

All'interno di un abbinamento proposto può quindi capitare che per alcuni nutrienti si sia prevista e realizzata una disponiblità maggiore dal fondo ed una minore dall'acqua, mentre magari per altri nutrienti può risultare l'opposto. Da una linea all'altra tali decentramenti di reperibilità nutrizionale possono quindi risultare realizzati con differenze anche importanti da casa a casa, o anche da linea a linea di uno stesso produttore. In una linea potrebbe essere abbondantemente presente il Carbonio organico nei fertilizzanti con conseguente minor necessità di installare un impianto CO2. Alcuni fondi possono risultare progettati per lavorare in condizioni di anossia, richiedendo l'abbinamento a fertilizzanti composti in un particolare modo. Altre linee magari richiedono l'assenza completa di fertilizzazione in colonna per le prime 8 settimane, o il suo inserimento con una ben determinata gradualità. Ci sono abbinamenti creati appositamente per acquari molto spinti ed altri per acquari da gestire in modo più moderato, abbinamenti specifici per coltivazione di piante acidofile, etc... etc...

La conclusione che se ne trae è che quindi abbinare fertilizzanti di una linea, a fondi attivi di un'altra linea può risultare potenzialmente pericoloso, in quanto provenendo questi due elementi da due pianificazioni nutrizionali differenti è assai probabile che il loro lavorare assieme vada a generare nel lungo termine seri squilibri nutrizionali, con tutto ciò che ne conseguirebbe (ricordatevi la Legge del minimo di Liebig!).

Meglio quindi, soprattutto per chi è agli inizi, abbracciare un "piano nutrizionale" proposto da un solo produttore [fondo attivo (o fondo inerte con inserimento degli attivatori forniti) + protocollo di fertilizzazione] rispettandolo alla lettera in fase iniziale, per poi eventualmente personalizzarlo col tempo qualora se ne evidenziasse la necessità (vedere punto "a").



...bene, dopo questa piccola ma necessaria "infarinatura" in merito alla nutrizione vegetale possiamo ora proseguire.


Per chi desiderasse approfondire maggiormente queste tematiche lascio un sincero invito alla lettura dell'intervista che mi rilasciò anni fa Fabrizio Lattuca, personaggio molto noto in campo acquariofilo per via dei suoi studi in merito alla chimica dell'acqua ed alla nutrizione dei vegetali acquatici, intervista che venne pubblicata nel 2011 qui su AquaExperience in tre "puntate".

- Intervista a F. Lattuca - Prima parte
- Intervista a F. Lattuca - Seconda parte
- Intervista a F. Lattuca - Terza parte



POTATURA

Prima di parlare di potatura ci tengo a soffermarmi un attimo su un argomento la cui comprensione è di fondamentale importanza: l'adattamento delle piante al vostro acquario.

Che si tratti di piante nuove da coltivazione idroponica (con vasetto al momento dell'acquisto), o "in cup" (vendute immerse in liquido nutritivo), o di potature (ad esempio talee), le condizioni che state per offrire alle vostre piante non potranno mai essere al 100% identiche alle condizioni in cui quelle piante son vissute fino al giorno prima del loro inserimento nel vs acquario. Con il cambio vasca le piante subiscono quindi uno sbalzo di habitat, ed il processo di adattamento alla nuova condizione può risultare molto lungo. Inizialmente non riescono ad utilizzare appieno il proprio potenziale fotosintetico, ciò perchè il loro fogliame presenta una morfologia generata dalle condizioni dell'habitat precedente, inevitabilmente differente dalla morfologia che invece richiede il nuovo habitat.

Dinanzi a questa situazione la pianta reagisce producendo nuovo fogliame, di morfologia congrua alle nuove condizioni di vita. In questa fase di adattamento i nutrienti vengono dunque sfruttati principalmente per tal fine, e non vengono più "spesi" per supportare il vecchio fogliame, in quanto ormai poco efficace. In caso di forte necessità la pianta può addirittura prelevare elementi già presenti nelle foglie vecchie ed utilizzarli per supportare la formazione del nuovo fogliame, ciò avviene con gli elementi cosiddetti "mobili", come Azoto, Fosforo, Magnesio, Potassio, Zinco.

L'inevitabile conseguenza è il deperimento del vecchio fogliame, il cui stato inizierà a peggiorare; lo vedremo scolorirsi, imbruttirsi, accartocciarsi, fin'anche a totale marcescenza e distacco, ma in contemporanea si assiste alla nascita di nuovi germogli, che da lì a poco svilupperanno fogliame adatto al nuovo habitat, spesso visivamente molto diverso dal precedente, per colore, ampiezza, spessore, forma.

Questa vera e propria trasformazione della pianta è detta "Fase di muta", e può durare anche più di due mesi.

Inoltre anche per l'apparato radicale il trapianto da una vasca ad un'altra è un trauma non indifferente, e la scarsa colonizzazione batterica di un fondo appena allestito non è certamente d'aiuto in questa situazione.

Quindi non disperatevi se nella fase iniziale assisterete ad un sensibile deperimento delle vostre piante, non datevi subito dell'incapace, non crediate di aver sbagliato tutto, e soprattutto non compromettete la situazione credendo di dover stravolgere qualcosa nella gestione del vs acquario. E' un processo assolutamente naturale, praticamente inevitabile. Dovrete avere pazienza e fiducia, avendo cura comunque di rimuovere il fogliame marcio e/o discattatosi, e di non fertilizzare eccessivamente finchè le piante non avranno prodotto una sufficiente massa fogliare di nuova costruzione.
E' per la medesima motivazione che anche la luce va inserita con gradualità, come del resto già spiegato nella seconda parte della guida.

Alcune piante possono essere aiutate nel superamento di questa fase di adattamento mediante alcuni piccoli accorgimenti da adottare al momento del loro inserimento: per le felci epifite dei generi Microsorum e Bolbitis vanno eliminate quasi tutte le foglie (tagliandole alla base del picciolo, rasente il rizoma), lasciando solo le più piccole, per le piante a rosetta come Echinodorus spp. e Cryptocoryne spp. occorre eliminare le foglie più vecchie (quelle più esterne osservando la rosetta verticalmente dall'alto), per le piante "da prato" più esigenti e preferibilmente acidofile, ad esempio Glossostigma elatinoides, occorre attendere una buona maturazione del fondo (due, tre mesi....) prima dell'inserimento, per le piante a stelo di esile struttura, ad esempio Cabomba caroliniana e Micranthemum micranthemoides, è preferibile eliminare la parte basale collocandone solo delle talee di una quindicina di cm.

Superata tale fase (ma anche già durante...) le piante inizieranno dunque a crescere, e se correttamente supportate (fondo, fertilizzanti, luce, etc...) arriverà prima o poi il momento in cui si renderà necessario effettuarne la potatura.



Vediamo dunque PERCHE' potare e COME potare ...

Cosa succede se non potiamo le piante?

Prima di rispondere, invito alla visione di questo video, nel quale vengono mostrate le conseguenze dell'assenza di potatura in un piccolo acquario, in questo caso dalla gestione piuttosto spinta...

come potete vedere, in un solo mese di incuria tutte le piante "da prato", quelle di media altezza, quelle a rosetta, e le felci sono regredite in modo importante, alcune specie particolarmente delicate, come Blyxa japonica, si sono addirittura distaccate dal fondo marcendo rapidamente, l'acquario si è trasformato in un ammasso informe di piante a stelo coricate lateralmente ed occupanti il livello superiore, con la parte centro inferiore della vasca in penombra e pressochè priva di possibilità di svolgere la fotosintesi da parte delle poche piante rimaste, subito "aggredite" dalle rivali alghe.


Ecco la sequenza fotografica


momento di inizio prova

 


9 giorni dopo

 

20 giorni dopo

 

31 giorni dopo

 

Chiaramente sono quindi le piante a stelo quelle che possono generare maggiori problemi se non tenute a bada con le necessarie potature, queste piante crescono verticalmente in direzione della superficie, ove una volta giunte mostreranno comportamenti differenti a seconda che si tratti di specie acquatiche o palustri. In caso di pianta acquatica (ad esempio Egeria densa, Heteranthera zosterifolia, Cabomba caroliniana e Mayaca fluvialitis) gli steli si piegheranno e continueranno a svilupparsi in lunghezza ma con la parte alta coricata lateralmente, appena sotto la superficie. In caso di pianta palustre (ad esempio Hygrophila polysperma, Proserpinaca palustris, Micranthemum umbrosum e Ludwigia glandulosa) gli apici emergeranno al di sopra della superficie e la crescita proseguirà verticalmente al di fuori dall'acqua.
Nel primo caso (piante a stelo acquatiche) noteremo da lì in poi un progressivo peggioramente della qualità (e della quantità) del fogliame nella parte basale degli steli, questo sia per la diminuzione del passaggio di luce dovuto alla presenza degli apici disposti coricati nella parte alta, sia perchè la pianta tenderà a spendere i nutrienti soprattutto nelle parti di stelo a ridosso della superficie, in quanto più vicini alla luce e quindi più stimolati, con la conseguenza di produrre fogliame più fitto e più ampio solo in alto, ad ulteriore discapito del fogliame presente nelle parti medio-inferiori degli steli.
Nel secondo caso (piante a stelo palustri) noteremo, dopo l'emersione degli apici, la progressiva perdita TOTALE delle foglie presenti nella porzione ancora sommersa degli steli, in quanto la pianta troverà enormemente più facile nutrirsi al di sopra dell'acqua, costruendosi foglie adatte alla fotosintesi in emersione, e "dimenticandosi" completamente di passare nutrienti alle foglie sommerse, in quanto notevolmente meno efficaci a quel punto rispetto a quelle nuove cresciute emerse.

 

apice emerso di Pogostemon stellatus



E' quindi sempre importante potare le piante a stelo appena queste arrivano a lambire la superficie. Per farlo occorre tagliare gli steli a metà tra due nodi in modo da ottenere delle talee (talea = parte superiore al punto di taglio) di lunghezza pari ad almeno 12 / 15 cm, che poi potremo ricollocare a piacimento nel fondale interrandone la base quanto basta per evitarne il galleggiamento.



nodi in uno stelo di Rotala rotundifolia


La potatura va eseguita con forbici ben affilate, preferibilmente specifiche per potatura in acquario, in modo da danneggiare il meno possibile i tessuti della pianta in prossimità del punto di taglio. Per la rimessa a dimora delle talee è consigliabile usare pinzette specifiche, sia per prevenire ulteriori danni ai tessuti sia per non smuovere troppo il fondale.



Pinza da innesto e forbice da potatura della JBL


I "moncherini" basali residui post potatura, ovvero la parte degli steli sotto al punto di taglio, li possiamo lasciare dove stanno, in breve tempo (se le condizioni di luce e nutrienti sono idonee) dalla loro sommità dipartiranno nuovi steli, in genere due o tre per ogni moncherino basale. Consiglio in questo caso di lasciarne crescere soltanto uno, eliminando gli altri, in tal modo il potenziale di crescita si concentrerà solo su uno stelo permettendogli di svilupparsi meglio, l'alternativa sarebbe veder crescere stentatamente due/tre esili steletti. Alla lunga queste porzioni basali di partenza perderanno la capacità di produrre nuovi steli, divenendo via via sempre più esili e "antiestetiche", per alcune specie particolarmente sensibili alle potature questo processo sarà piuttosto rapido, per altre molto meno. Starà a voi valutare di caso in caso quando sarà arrivato il momento di eliminarle, ma a quel punto ricordatevi di non strapparle complete di apparato radicale, altrimenti rovinereste la stratificazione batterica del fondo provocando, tra l'altro, un sensibile inquinamento ed intorbidimento dell'acqua. Eliminatele potandole alla base, di netto, rasente al fondo, e lasciate gli apparati radicali lì dove stanno, non c'è alcuna esigenza di eliminare anche quelli.

Gestendo così le piante a stelo avremo anche il vantaggio di disporre sempre (periodicamente) di nuove talee, con la cui ricollocazione nel fondale aumenteremo progressivamente, a nostro piacimento, la massa vegetale totale in acquario. E' importante comunque mantenere un minimo di spazio tra uno stelo e l'altro, evitando di infittire troppo i cespugli, ciò sia per permettere un sufficiente passaggio di luce fino agli ultimi internodi, sia per non creare zone tanto dense da ostacolare la corretta circolazione dell'acqua divenendo ricettacolo di sporcizie e sedimenti vari.

Tenete inoltre in considerazione che la potatura è un trauma non indifferente per qualsiasi pianta, e che nei due / tre giorni seguenti al taglio le piante devono quindi concentrarsi sulla riparazione dei danni subiti ai tessuti, procedura che richiede prevalentemente l'impiego di elementi già acquisiti, motivo per il quale nei giorni successivi alla potatura si noterà un minor consumo dei nutrienti disponibili in colonna. In caso di acquari con ricca presenza di piante a stelo sconsiglio quindi la potatura contemporanea di tutte le piante, soprattutto se non avete acquisito ancora una sufficiente padronanza nella gestione della fertilizzazione, onde evitare un improvviso eccesso di nutrienti inutilizzati in vasca; dividete ipoteticamente l'acquario in due o tre settori, e procedete ogni settimana con la potatura di un solo settore, in tal modo avrete sempre una parte delle piante in piena attività fotosintetica.


Esempio di un "prima e dopo" in caso di contemporanea potatura di tutte le piante a stelo dell'acquario


prima della potatura


dopo la potatura



Dopo le piante a stelo vediamo ora in rapida successione quando e come potare correttamente le altre tipologie di piante d'acquario.

Piante a rosetta - Queste piante sviluppano il nuovo fogliame dal centro della rosetta, "spingendo" sull'esterno le altre foglie ed allargando progressivamente il diametro ed il volume della pianta. La potatura va indirizzata alle foglie più vecchie, quindi a quelle più esterne, e si rende necessaria quando queste mostrano evidenti segni di deperimento. In caso la rosetta divenga troppo fitta si può incorrere nel rischio di soffocamento del fogliame centrale con comparsa di eccessiva difficoltà nella produzione di nuovo fogliame, in tal caso la rosetta va sfoltita eliminando non solo le foglie esterne, ma anche una parte delle altre, in particolar modo quelle più lunghe. La potatura va fatta eliminando la foglia alla base del picciolo, sempre avvalendosi di forbici ben affilate, possibilmente specifiche per potatura in acquario. Queste piante si allargano anche mediante fittoni sotterranei in grado di generare nuove rosette nell'area circostante la pianta madre, nel caso le nuove piante tendano a colonizzare un'area in cui non sono da voi desiderate potete eliminare le nuove piantine recidendone il fittone di collegamento mediante un cutter (infilandolo leggermente nel fondale se necessario), e provvedendo poi alla rimozione (ed eventuale ricollocamento altrove) delle nuove rosette finchè essendo piccole ne sia ancora possibile lo sradicamento senza generare eccessivi danni alla stratificazione batterica del fondale.

Felci - Ci sono svariate felci disponibili per l'impiego in acquario, ma le più comuni sono principalmente due: Bolbitis heudelotii e Microsorum pteropus, con quest'ultima disponibile in una moltitudine di varianti. Si tratta di piante epifite dalla velocità di crescita abbastanza ridotta, ma per le quali è importante effettuare periodicamente la potatura onde evitarne un eccessivo infoltimento. Queste piante infatti vivono bene e mantengono un bell'aspetto se si ha l'accortezza di non permettere ai cespugli di formare una massa vegetale tanto fitta da divenire ostacolo alla corretta circolazione dell'acqua al loro interno, se ciò avviene noteremo un rapido deterioramento del fogliame più vecchio, un rallentamento nel processo di formazione di nuove foglie, e spesso la comparsa di alghe direttamente sulle foglie stesse. La potatura va indirizzata alle foglie più lunghe, recidendole alla base del picciolo, rasente il rizoma. In casi estremi (pianta ormai pesantemente malmessa e piena di alghe) si può anche procedere al defogliamento quasi totale, mantenendo solo alcune delle foglioline più giovani, esattamente come andrebbe fatto al momento del loro primo inserimento, in pratica in tal modo le si fa ripartire da zero, ma fare di tanto in tanto questo tipo di intervento è spesso l'unico modo per godercele a lungo nel loro massimo splendore.

Anubias spp. - Le Anubias, specialmente A. barteri (in tutte le sue varianti), sono in assoluto le piante più presenti nel "primo acquario", le abbiamo avute praticamente tutti, io compreso, e rappresentano quindi un super classico del neofita. Si tratta di piante epifite, che tuttavia se lasciate in prossimità del fondale riescono a nutrirsi anche da quest'ultimo mediante esili radici che ci si vanno a conficcare, il rizoma principale va però sempre lasciato fuori dal fondo, altrimenti potrebbe marcire con conseguente morte della pianta. La loro crescita è molto lenta, e la pianta si svilupperà in base al percorso di crescita del rizoma portante, il quale potrebbe prendere direzioni "indesiderate". Seppur non necessitando di periodiche potature queste piante possono quindi richiedere potature "correttive", da realizzare frazionandone il rizoma, il cui spessore può arrivare a circa un cm. Usate sempre forbici ben affilate, per produrre meno danni ai tessuti. La porzione di pianta rimossa può venir poi ricollocata altrove, a vostro piacimento, e tempo qualche settimana mostrerà i primi segni di ricrescita. Cercate però per eventuali ricollocazioni di ottenere porzioni di rizoma provvisti di almeno un paio di foglie.

Piante tappezzanti da prato - Tra le piante più note appartenenti a questa "categoria d'impiego" cito l'Hemianthus callitrichoides (la famosa "Calli"), la Glossostigma elatinoides (che tanti chiamano semplicemente "Glosso") e l'Eleocharis parvula, ma ce ne sono ovviamente molte altre. Queste specie, come intuibile dall'aggettivo "tappezzanti", sono in grado più o meno rapidamente di ricoprire il fondale dell'acquario, anche interamente se ben illuminato. Più forte è l'irradiazione luminosa e più restano basse. Terminato lo spazio colonizzabile vanno però a spessorarsi, iniziano a produrre steli più lunghi e finiscono per perdere quella compattezza che tanto aiuta a dargli le sembianze di un prato sommerso. Inoltre i nuovi strati vanno a soffocare quelli sottostanti, impedendogli di ricevere una quantità idonea di luce, con tutto ciò che ne consegue. Per questi motivi di tanto in tanto queste tipologie di piante richiedono una potatura generale, da effettuare rasente al fondale, in tal modo se ne ottiene tra l'altro un ulteriore infittimento grazie all'aumento della produzione di stoloni sotterranei, e se ne favorisce la diminuzione dell'altezza negli steli che arriveranno successivamente. La potatura va eseguita con forbici specifiche, lunghe e con le punte fortemente piegate lateralemente, altrimenti diviene veramente difficoltoso effettuarla correttamente. In questo caso non potrete riutilizzare i frammenti d'avanzo delle piantine, i quali andranno rimossi con un guadino. Per facilitarvi l'operazione consiglio di potare queste piante a filtro spento.

Muschi - Il problema relativo alla gestione dei muschi in acquario nasce dal discutibile uso che spesso ne viene fatto. Il loro aspetto sott'acqua è del tutto differente da quello osservabile in emersione, ma in acquariofilia si cerca soventemente di mantenerli esteticamente come se ci si trovasse in emersione. Tra emerso e sommerso ne cambia totalmente il portamento, nel primo caso il muschio resta compatto e adeso al supporto, spessorandosi, nel secondo caso appare invece meno compattato, allungato verso l'alto e fluttuante, ma come detto si è soliti insistere nel volerne mantenere il primo portamento anche in sommersione. Ciò avviene soprattutto nella filosofia nipponica di interpretazione degli acquari di piante, e quindi nei cosiddetti aquascapes da contest, ove non si cerca di rappresentare un'ambientazione subacquea, bensì uno scorcio di natura emersa, spesso di ispirazione boschiva o montana. Per aiutarsi nella realizzazione di questi paesaggi i muschi vengono fissati a dei supporti, rocce e/o legni, utilizzando in genere filo di cotone, filo da pesca, o retine per i capelli, cercando nel tempo di mantenerli il più compatti possibile, e provvedendo a correggere ed infittire i fissaggi quando necessario. Si ottengono così delle forzate spessorizzazioni, una sorta di cuscini, nei cui strati più inferiori si genera però alla lunga un fenomento di soffocamento, oltre all'insediamento di sporcizia ed al non più sufficiente passaggio di luce. La conseguenza è che la parte appoggiata al supporto può iniziare a dar segni di marcescenza, con il rischio di compromettere l'intero cuscino. La prevenzione avviene solitamente inserendo in vasca piccoli gamberetti, che passeranno buona parte del loro tempo a nutrirsi proprio dei detriti e della microfauna che vanno ad insediarsi in questi agglomerati, ma spesso ciò non è sufficiente. Per ovviare il problema occorre quindi di tanto in tanto slegare questi muschi dai supporti, sfoltirli con decisione eliminando le parti più malmesse, e provvederne a nuova ricollocazione. Lo sfoltimento può essere realizzato sia a mano sia mediante uso di forbici, consiglio comunque di eseguirlo a filtro spento, o se possibile direttamente fuori dall'acqua, estraendo il supporto sul quale è fissato il muschio da sfoltire, ciò per evitare di sparpagliarne piccoli frammenti in tutto l'acquario.
Tra le specie gestite negli aquascapes al pari dei muschi (sia come collocamento sia come mantenimento nel tempo) troviamo anche un'alga, Aegagropila linnaei, ed una pianta in natura galleggiante, Riccia fluitans.

Piante galleggianti - Tra le specie più comunemente impiegate in acquario come galleggianti cito in particolare Lemna minor, Azolla caroliniana, Limnobium laevigatum e Phyllanthus fluitans, ma la scelta è molto più ampia.
Se lasciate crescere liberamente, ed in presenza di condizioni ideali, queste piccole piantine si moltiplicano a dismisura finendo inevitabilmente per ricoprire l'intera superficie disponibile. Ciò va evitato in quanto comporterebbe un sensibile calo del passaggio di luce, a discapito delle altre specie di piante presenti in vasca. E' bene quindi tenerne controllata la proliferazione, rimuovendone di tanto in tanto il quantitativo necessario, così da garantire sempre una corretta irradiazione luminosa per le altre specie coltivate in sommersione.



superficie di un grande acquario completamente ricoperta da piante galleggianti



Si tratta tra l'altro di piante solitamente molto avide di nutrienti, in particolare Azoto, Fosforo, Ferro e Potassio, ragion per cui se da un lato possono risultare ottime specie fitodepuranti in vasche con grossi carichi organici e poche piante, ove possono contribuire ad abbassare sensibilmente la concentrazione di Nitrati e Fosfati, dall'altro lato possono risultare deleterie in vasche in cui si intendono coltivare piante acquatiche e palustri puntando a raggiungere ottimi risultati in termini di crescita e di massa vegetale sommersa.

 

SOSTITUZIONE LAMPADE

L'illuminazione in acquariofilia è una tematica già esaustivamente trattata nella prima parte della guida. Per ogni tipologia di luce sono stati spiegati pregi e limiti, ed è stata anche indicata in linea di massima la durata nel tempo dell'integrità del loro spettro luminoso. Se impiegate in acquario con piante tutte le tipologie di luci andranno quindi sostituite a tempo debito, anche se apparentemente ancora funzionali.

A meno che vogliate cambiare qualcosa nella gestione e nell'interpretazione del vostro acquario, consiglio di sostituire ogni lampada con una dello stesso identico modello, in caso contrario andrete inevitabilemente a mutare (più o meno marcatamente) la globalità dell'irradiazione luminosa offerta alle vostre piante, richiedendo loro uno sforzo per adattarsi alla nuova condizione venutasi a creare, il che si può tradurre in un momentaneo stallo vegetativo seguito poi da ritmi di crescita differenti e mutazioni nella morfologia. Nel caso di illuminazione a più lampade non sostituitele tutte assieme, onde evitare un troppo repentino incremento di stimolazione fotosintetica, che potrebbe provocare un momentaneo blocco vegetativo e conseguente proliferazione di alghe, queste ultime più rapide rispetto alle piante nell'adattarsi alle modifiche di habitat. Le lampade ormai prossime alla sostituzione hanno infatti perso buona parte della loro efficacia, ma lo hanno fatto progressivamente, con le piante che altrettanto progressivamente hanno mantenuto allineato il proprio tasso di crescita alla "spinta" prodotta dall'impianto di illuminazione. Ad esempio in un acquario con plafoniera a 4 tubi fluorescenti (comunemente chiamati tubi neon) è preferibile cambiare un tubo alla volta, o al limite due alla volta, facendo passare una o due settimane tra un cambio e l'altro. In tal modo lo "shock" per le piante sarà di minore entità.

Ovviamente quando andate a sostituire delle luci nel vostro acquario staccate sempre prima l'alimentazione dalla rete elettrica; con la corrente non si scherza!

Importante è poi anche la pulizia dei riflettori, se presenti ed accessibili. Questi possono nel tempo perdere sensibilmente efficacia a causa di una progressiva opacizzazione, generata soprattutto dai depositi di calcare derivanti dalla vicina acqua. Teneteli perciò controllati, e quando necessario pulitene il lato rivolto verso la luce con un panno inumidito, provvedendo poi ad asciugarli per bene prima di ricollocarli.



depositi calcare su superficie riflettore per tubo fluorescente T8


Stesso discorso vale anche per la superficie esterna degli stessi tubi fluorescenti, e per le eventuali paratie di separazione tra luci e vasca, che possono essere in vetro o in plastica trasparente. Con il tempo queste superfici si possono notevolmente opacizzare provocando sensibili cali di resa in termini di passaggio di luce, è bene quindi controllarle di sovente, mantenendole sempre belle pulite.


MALATTIE

Questa è la tematica più pesante da affrontare, quella in cui ogni aquariofilo vorrebbe non doversi mai imbattere, ma non ci si può nascondere dietro a un dito, quindi è doversoso da parte mia trattare anche le problematiche relative alle malattie di cui possono purtroppo cader vittima i nostri amati pesci.

Premetto che le malattie che possono mostrarsi in acquario sono svariate, ma le più comuni sono relativamente poche, provo a farne un elenco qui di seguito partendo dal loro "nome comune", ovvero l'appellativo con il quale sono soliti indicarle gli appassionati di acquariofilia su forum e social:


- Malattia dei puntini bianchi / Ictio (agente eziologico: protozoo ciliato Ichthyophthirius multifiliis)
- Corrosione delle pinne (agente eziologico: vari tipi di batteri - Può tuttavia rientrare nelle sintomatologie di altre malattie)
- Micosi esterna (agente eziologico: vari generi di funghi)
- Tubercolosi / Microbatteriosi (agente eziologico: due specifiche specie di microbatteri)
- Malattia colonnare (agente eziologico: batterio Flavobacterium columnare)
- Malattia del buco (agente eziologico: alcuni tipi di parassiti)
- Idropisia (agente eziologico: alcuni virus della Famiglia Birnaviridae ed alcuni tipi di batteri)
- Malattia dei neon (agente eziologico: protozoo microsporidio Pleistophora hyphessobryconis)
- Lernaea (agente eziologico: alcune specie di copepodi del Genere Lernaea)
- Verminosi delle branchie (agente eziologico: trematodi del Genere Dactylogyrus)
- Verminosi della pelle (agente eziologico: ectoparassiti del Genere Gyrodactylus)
- Infiammazione della vescica natatoria (agente eziologico: vari tipi di batteri e di parassiti)
- Esoftalmia (agente eziologico: batterio Aeromonas caviae - Può tuttavia rientrare nelle sintomatologie di altre malattie, quali Ictio, Idropisia, Tubercolosi, o come conseguenza di una prolungata eccessiva concentrazione di Biossido di Carbonio o di Ossigeno)
- Costia (agente eziologico: protozoi parassiti del Genere Ichthyobodo)
- Chilodonella (agente eziologico: protozoi parassiti del Genere Chilodonella)
- Flagellati intestinali (agente eziologico: alcuni protozoi dei Generi Tripanosoma e Cryptobia)


Si tratta per buona parte di malattie molto contagiose, per le quali è quindi fondamentale la tempestività nel riconoscimento e nell'intervento. Per alcune di esse esistono prodotti specifici, per altre purtroppo no.

Quel che però mi preme sottolineare è che i prodotti curativi per queste patologie possono essere sì utili al soggetto infetto, ma al tempo stesso possono risultare estremamente deleteri per tutto ciò che si trova in vasca, ovvero gli altri eventuali animali sani (pesci, crostacei, gasteropodi...), la microfauna, i batteri (sia quelli del filtro sia quelli presenti nel fondo e sugli arredi) e le piante. Somministrando un medicinale in acquario il suo principio attivo verrà infatti ricevuto e subìto da tutto l'ecosistema acquario, il rischio è quindi che per tentare di eliminare un problema se ne creino svariati altri. Per agire nel migliore dei modi occorrerebbe dunque poter isolare il pesce malato, e trattarlo da solo, in un altro acquario dedicato prettamente a questo tipo di interventi.

Ciò significa due cose:

1. Avere a disposizione un altro acquario, anche di piccole dimensioni
2. Averlo sempre funzionante e maturo a prescindere, in quanto dovendo agire tempestivamente su un soggetto malato non possiamo permetterci di attendere il tempo necessario ad avvio e maturazione di un'altra vaschetta

Si tratterebbe di un acquario da pochi litri, senza illuminazione specifica, anche privo di fondale volendo, però si tratterebbe pur sempre di un altro acquario.

Non so quanti di voi se la sentirebbero, e non credo sia il caso di intimare di acquistare ed avviare un secondo acquario a chi si sta cimentando nell'allestimento del primo. Però sappiate che avere una piccola vaschetta (in funzione) di riserva può davvero in questi casi fare la differenza; può tra l'altro venir utile anche per quarantenare nuovi pesci appena acquistati, così da assicurarsi che non presentino patologie infettive prima di inserirli nell'acquario principale, oppure per "parcheggiarci" momentaneamente i pesci in caso di riallestimento della vasca principale. Fateci dunque un pensierino.

Detto ciò, la trattazione della cura delle malattie di un animale rientra nella Medicina Veterinaria, per la precisione nel nostro caso è materia che può essere trattata con pieno titolo solo da un Ittiopatologo. Capisco l'esigenza di dover a volte intervenire con tempestività, ma dopo ben oltre un decennio di esperienza diretta posso assicurarvi che il "pressapochismo" in questo caso fa quasi sempre molti più danni rispetto ad un eventuale "non intervento". Insomma se dovete sparare a caso, allora forse è meglio non sparare del tutto. Quindi che sia chi di dovere a riconoscere una malattia ed a prescriverne l'eventuale cura, io non sono un veterinario e per legge non lo posso fare.

Da semplice appassionato quale sono, posso invece darvi un importante consiglio: lavorate scrupolosamente sulla prevenzione.

Nella quasi totalità dei casi la comparsa di una patologia è da ricondurre infatti ad un errore, o all'aver sottostimato una possibile problematica, che può essere di pianificazione dell'allestimento, di pianificazione / gestione del filtraggio, di scelta / abbinamento / inserimento della fauna, di scelta / conduzione dell'accessoristica, o di gestione / manutenzione globale dell'acquario.

Per ulteriori approndimenti in merito alla prevenzione delle malattie vi invito all'attenza lettura di questo interessantissimo articolo del nostro ex-staffer "Taro".

 

CONCLUSIONI

Siamo giunti al termine...

Nella prima parte di questa guida vi sono state messe a disposizione le informazioni necessarie alla corretta scelta e pianificazione del vostro primo allestimento, accessoristica compresa.

Nella seconda parte della guida vi sono stati forniti tutti gli elementi necessari alla corretta realizzazione dell'allestimento, ed alla gestione dell'acquario nel primo periodo di suo funzionamento.

In questa terza ed ultima parte vi abbiamo ora spiegato come condurre correttamente nel tempo il vostro acquario, sia per quanto riguarda la chimica dell'acqua, sia per quanto riguarda la salute di piante e animali.

Non posso quindi far altro che consigliarvi di far tesoro dei consigli ricevuti in questa guida di AquaExperience.




Buon acquario a tutti.

Andrea Perotti

 

P.S.: un sentito ringraziamento all'amico Paolo Ranzato per il supporto, i tanti consigli e la parziale supervisione di questa parte conclusiva della guida

 


Ultimo aggiornamento (Venerdì 02 Gennaio 2015 00:20)

 

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